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 Libia: le vere ragioni della guerra

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AutoreMessaggio
florin88

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Messaggi : 334
Data d'iscrizione : 21.09.11
Età : 30
Località : tutto il mondo

270911
MessaggioLibia: le vere ragioni della guerra

La decisione presa negli ultimi mesi dalla NATO di bombardare la
Libia, sotto la direzione di Washington, allo scopo di ottenerne la
sottomissione – con un costo per i contribuenti americani pari circa ad 1
miliardo di dollari – ha poco o nulla a che vedere con ciò che
l’amministrazione Obama definisce una missione “per proteggere i civili
innocenti”. In realtà, tale aggressione fa parte di un più ampio assalto
strategico, progettato dalla NATO e dal Pentagono, che ha l’obiettivo
specifico di porre sotto totale controllo quello che è il tallone
d’Achille della Cina, e cioè la sua dipendenza strategica dalle enormi
quantità di petrolio greggio e gas che vengono importate dall’estero.
Oggi
la Cina è il secondo maggior importatore mondiale di petrolio dopo gli
Stati Uniti e la distanza tra i due si sta rapidamente colmando.
Se
diamo un’attenta occhiata ad una cartina dell’Africa e poi osserviamo
l’organizzazione in Africa del nuovo African Command (AFRICOM) del
Pentagono, il quadro che ne emerge è quello di una strategia
accuratamente predisposta per controllare una delle più importanti fonti
strategiche della Cina per l’approvvigionamento di petrolio e materie
prime.
La campagna militare della NATO in Libia è stata ed è
ancora condotta per il petrolio. Ma non semplicemente per appropriarsi
del greggio libico di alta qualità o perché gli USA siano ansiosi di
procacciarsi fornitori esteri affidabili. Essa serve invece a
controllare l’accesso della Cina alle importazioni petrolifere di lungo
termine dall’Africa e dal Medio Oriente. In parole povere, serve a
controllare la Cina stessa.
Geograficamente, la Libia è collegata a
nord, attraverso il Mediterraneo, direttamente all’Italia, sede della
compagnia petrolifera italiana ENI, che è stata per anni il maggiore
operatore estero in Libia. A ovest confina con la Tunisia e con
l’Algeria. A sud confina col Ciad. A est confina sia col Sudan (oggi
diviso in Sudan e Sudan Meridionale) che con l’Egitto. Ciò dovrebbe
dirci qualcosa sull’importanza che la Libia riveste per la strategia di
lungo termine dell’AFRICOM statunitense, in vista di un controllo
sull’Africa, sulle sue risorse e sui paesi in grado di accedere a tali
risorse.
La Libia di Gheddafi aveva mantenuto uno stretto
controllo nazionale dello Stato sulle ricche riserve di greggio libico
“leggero”. Secondo i dati del 2006, la Libia possedeva le più ampie
riserve petrolifere accertate di tutta l’Africa, superiori di circa il
35% a quelle della stessa Nigeria. In anni recenti, concessioni
petrolifere erano state accordate a compagnie cinesi, russe e di altri
paesi. Non c’è dunque da sorprendersi che un portavoce della cosiddetta
opposizione che proclama la propria vittoria su Gheddafi, Abdeljalil
Mayouf
, il quale è addetto alle pubbliche relazioni
dell’azienda petrolifera dei ribelli (la AGOCO), abbia dichiarato alla
Reuters: “Non abbiamo problemi con le compagnie petrolifere di paesi
occidentali quali Italia, Francia e Regno Unito. Ma potremmo avere delle
riserve politiche verso Russia, Cina e Brasile”. Russia, Cina e Brasile
sono paesi che si sono opposti alle sanzioni ONU contro la Libia oppure
hanno fatto pressione per ottenere una soluzione negoziale del
conflitto interno e per porre fine ai bombardamenti della NATO.
Come
ho già spiegato nel dettaglio altrove (1), Gheddafi, vecchio adepto del
socialismo arabo sulla linea tracciata da Gamal Nasser, aveva
utilizzato i proventi petroliferi per migliorare le condizioni del suo
popolo. Le cure sanitarie erano gratuite, come anche l’istruzione. Ogni
famiglia libica aveva diritto ad un bonus di 50.000$ da parte dello
Stato per l’acquisto di una casa e i prestiti bancari venivano concessi
in base alle leggi islamiche anti-usura, senza interessi. Lo Stato era
privo di debiti. Solo grazie alla corruzione e all’infiltrazione
massiccia nelle zone dell’opposizione tribale presente nella parte
orientale del paese, la CIA, l’MI6 e altri operativi dell’intelligence
NATO sono riusciti – al costo di circa 1 miliardo di dollari e di
violenti bombardamenti NATO contro i civili – a destabilizzare i forti
legami che esistevano tra Gheddafi e la sua gente.
Perché dunque
la NATO ed il Pentagono hanno condotto un assalto così folle e
devastante contro una pacifica nazione sovrana? E’ chiaro che uno dei
principali motivi era quello di completare l’accerchiamento delle fonti
di petrolio e materie prime che la Cina importava dal Nord Africa.

L’allarme
del Pentagono sulla Cina

Passo dopo passo, negli ultimi
anni Washington ha iniziato a diffondere la percezione che la Cina, la
quale fino a un decennio fa era “il caro amico ed alleato dell’America”,
stesse diventando la maggiore minaccia alla pace mondiale a causa della
sua immensa espansione economica. Dipingere la Cina come il nuovo
“nemico” è stato complicato, visto che Washington dipende dalla Cina per
l’acquisto della maggior parte del debito governativo americano, sotto
forma di buoni del Tesoro.
Ad agosto il Pentagono ha pubblicato il
suo rapporto annuale al Congresso sulla situazione militare della Cina.
(2) Quest’anno tale rapporto ha fatto suonare in Cina molti campanelli
d’allarme, a causa del nuovo e sgradevole tono con cui è stato redatto.
Il rapporto affermava tra l’altro: “Nell’ultimo decennio, l’esercito
cinese ha potuto beneficiare di robusti investimenti in hardware e
moderne tecnologie. Molti sistemi moderni hanno raggiunto la piena
maturità e altri diverranno operativi fra pochi anni”, scriveva il
Pentagono nel rapporto. Aggiungendo: “Rimangono incertezze riguardo al
modo in cui la Cina deciderà di utilizzare queste crescenti capacità...
l’ascesa della Cina al ruolo di attore internazionale di primo piano
sarà probabilmente il principale tratto distintivo del panorama
strategico dei primi anni del 21° secolo”. (3)
Nel giro di due o
forse di cinque anni, a seconda di come il resto del mondo reagirà o
giocherà le sue carte, la Repubblica Popolare Cinese verrà dipinta dai
media di regime dell’Occidente come una nuova “Germania hitleriana”. Se
questa sembra oggi una cosa difficile da credere, si pensi a come ciò è
stato fatto con altri ex alleati di Washington quali l’Egitto di Mubarak
o lo stesso Saddam Hussein. A giugno di quest’anno, l’ex ministro della
marina militare americana, oggi senatore della Virginia, James Webb, ha
stupito molte persone a Pechino, dichiarando alla stampa che la Cina si
sta rapidamente avvicinando a quello che egli ha definito
“momento-Monaco”, in cui Washington dovrà decidere come mantenere un
equilibrio strategico. Il riferimento era alla crisi cecoslovacca del
1938, quando Chamberlain optò per un accordo con Hitler sulla
Cecoslovacchia. Webb ha aggiunto: “Se si guarda agli ultimi 10 anni, il
vincitore, sul piano strategico, è stata la Cina”. (4)
La stessa
efficiente macchina di propaganda del Pentagono, guidata dalla CNN,
dalla BBC, dal New York Times e dal Guardian
londinese, riceverà da Washington l’ordine discreto di “dipingere a
fosche tinte la Cina e i suoi leader”. La Cina sta diventando troppo
forte e troppo indipendente per i gusti di molte persone a Washington e a
Wall Street. Per tenerla sotto controllo, è soprattutto la sua
dipendenza dalle importazioni petrolifere che è stata identificata come
suo tallone d’Achille. La Libia è una mossa studiata per colpire
direttamente questo tallone vulnerabile.

La Cina
si sposta in Africa

L’espansione in Africa delle
compagnie cinesi che commerciano in petrolio e materie prime è diventata
motivo di forte allarme a Washington, dove un’attitudine di velenoso
diniego aveva dominato la politica americana in Africa fin dall’epoca
della Guerra Fredda. Da quando diversi anni or sono il suo futuro
fabbisogno energetico è divenuto evidente, la Cina è diventata uno dei
principali partner economici dell’Africa, in un crescendo che ha
raggiunto l’apice nel 2006, quando la Cina ha letteralmente srotolato il
tappeto rosso ai capi di oltre 40 nazioni africane, discutendo con essi
un ampio ventaglio di questioni economiche. Niente è più importante per
Pechino che assicurare le vaste risorse petrolifere africane del futuro
alla robusta industrializzazione cinese.
La Cina si è spostata in
paesi che erano stati virtualmente abbandonati da ex potenze coloniali
europee, quali Francia, Inghilterra e Portogallo.
Il Ciad è un
caso emblematico. Il più povero e il più geograficamente isolato dei
paesi africani, il Ciad è stato corteggiato da Pechino, che nel 2006 ha
riallacciato i rapporti diplomatici.

Nell’ottobre 2007, il
gigante petrolifero cinese CNPC firmò un contratto per la costruzione
di una raffineria con il contributo del governo del Ciad. Due anni dopo
iniziò la costruzione di un oleodotto per trasportare il petrolio da un
nuovo giacimento cinese che si trovava nel sud, a circa 300 chilometri
dalla raffineria. Com’era prevedibile, le ONG finanziate dall’Occidente
iniziarono ad ululare sull’impatto ambientale del nuovo oleodotto
cinese. Stranamente, le stesse ONG erano rimaste zitte quando nel 2003
era la Chevron a prendersi il petrolio del Ciad. Nel luglio 2011, i due
paesi, Ciad e Cina, hanno festeggiato l’apertura di una nuova raffineria
petrolifera realizzata in joint venture vicino alla capitale del Ciad,
Ndjamena. (5) Le attività petrolifere della Cina in Ciad sono
straordinariamente simili ad un altro grande progetto petrolifero
cinese, realizzato in quella che era all’epoca la zona sudanese del
Darfur, ai confini col Ciad.
Il Sudan è stato per la Cina una
fonte crescente di approvvigionamento petrolifero, con una cooperazione
iniziata alla fine degli anni ’90, quando la Chevron abbandonò le
proprie attività nel paese. Nel 1998, la CNPC iniziò a costruire un
oleodotto di 1500 chilometri che andava dai giacimenti del Sudan
meridionale fino a Port Sudan sul Mar Rosso; e allo stesso tempo iniziò a
costruire una grande raffineria vicino Khartoum. Il Sudan fu il primo,
grande progetto petrolifero d’oltremare realizzato dalla Cina.
All’inizio del 2011, il petrolio del Sudan, proveniente quasi tutto dal
sud agitato dalle guerre, garantiva circa il 10% delle importazioni
petrolifere cinesi e rappresentava oltre il 60% della produzione
quotidiana di petrolio del Sudan (490.000 barili). Il Sudan è diventato
un punto vitale per la sicurezza energetica nazionale della Cina.
Secondo
le prospezioni geologiche, il sottosuolo che va dal Darfur (in quello
che era un tempo il Sudan meridionale) fino al Camerun, passando per il
Ciad, è un unico, immenso giacimento petrolifero, equiparabile forse per
estensione alla stessa Arabia Saudita. Controllare il Sudan
meridionale, così come anche il Ciad e il Camerun, è vitale per la
strategia del Pentagono di “impedimento strategico” ai futuri
approvvigionamenti petroliferi cinesi. Finché a Tripoli fosse rimasto in
carica un regime di Gheddafi stabile e forte, questo controllo sarebbe
stato assai problematico. La simultanea separazione della Repubblica del
Sudan Meridionale da Khartoum e il rovesciamento di Gheddafi a favore
di deboli bande ribelli sostenute dal Pentagono, era una priorità
strategica per il Dominio ad Ampio Raggio progettato dagli USA.


L’AFRICOM
risponde

La forza più importante dietro le recenti
ondate di attacchi militari occidentali contro la Libia o dietro i più
coperti cambiamenti di regime come quelli avvenuti in Tunisia, Egitto e
in Sudan meridionale (con il fatale referendum che ha ora reso
“indipendente” questa regione ricca di petrolio) è l’AFRICOM, lo
speciale comando militare statunitense creato nel 2008
dall’amministrazione Bush, con l’obiettivo specifico di contrastare la
crescente influenza cinese sulle vaste ricchezze petrolifere e minerarie
dell’Africa.
Alla fine del 2007, il Dr. J. Peter Pham,
consigliere a Washington per il Dipartimento di Stato e della Difesa, ha
affermato in modo esplicito che tra le mire dell’AFRICOM vi è quella di
“proteggere l’accesso agli idrocarburi e ad altre risorse strategiche
che l’Africa possiede in abbondanza... un compito che contempla il
tutelarsi contro la vulnerabilità di queste ricchezze naturali e
l’assicurarsi che nessuna terza parte interessata, come Cina, India,
Giappone o Russia, ottenga il monopolio di esse o un trattamento
preferenziale”. (6)
In una deposizione di fronte al Congresso
americano, resa nel 2007 a favore della creazione dell’AFRICOM, Pham,
che è membro della neoconservatrice Fondazione per la Difesa della
Democrazia, ha dichiarato:
“Questa ricchezza naturale rende
l’Africa un obiettivo invitante per le mire della Repubblica Popolare
Cinese, la cui economia in crescita... ha una sete di petrolio pressoché
insaziabile, così come la necessità di altre risorse naturali per
potersi sostenere... La Cina importa attualmente circa 2.6 milioni di
barili di greggio al giorno, approssimativamente la metà di ciò che
consuma; più di 765.000 di questi barili – quasi un terzo delle sue
importazioni – provengono da fonti africane, in particolare dal Sudan,
dall’Angola e dal Congo (Brazzaville). C’è dunque da stupirsi del fatto
che... forse nessun’altra regione al mondo sia comparabile all’Africa
quale oggetto dei sostenuti interessi strategici di Pechino negli ultimi
anni...

Intenzionalmente o no, molti analisti prevedono
che l’Africa – soprattutto gli stati ricchi di petrolio della sua costa
occidentale – diverranno sempre più il teatro di una competizione
strategica tra gli Stati Uniti e il suo unico vero e quasi equivalente
avversario sulla scena internazionale, la Cina, allorché entrambi i
paesi cercheranno di espandere la propria influenza per garantirsi
l’accesso a queste risorse”
. (7)
E’ utile ricordare
brevemente la sequenza delle “Twitter revolutions” finanziate da
Washington, nel corso della cosiddetta “primavera araba”. La prima è
stata in Tunisia, un paese apparentemente insignificante sulla costa
mediterranea del Nord Africa. La Tunisia si trova però sul confine
occidentale della Libia. La seconda tessera del domino a cadere
nell’operazione è stato l’Egitto di Mubarak. Ciò ha creato una grave
instabilità dal Medio Oriente al Nord Africa, visto che Mubarak, con
tutti i suoi limiti, si era però fermamente opposto alla politica di
Washington in Medio Oriente. Anche Israele, con la caduta di Mubarak, ha
perduto un sicuro alleato.
Poi, nel luglio 2011, il Sudan del sud
si è proclamato Repubblica Indipendente del Sudan Meridionale,
separandosi dal Sudan dopo anni di rivolte contro il governo di
Khartoum, finanziate dagli USA. La nuova Repubblica si è portata via il
grosso delle ricchezze petrolifere conosciute del paese, cosa che non ha
certo fatto piacere a Pechino. L’ambasciatrice statunitense all’ONU,
Susan Rice, ha guidato la delegazione americana ai festeggiamenti per
l’indipendenza, definendola “un testamento a favore del popolo sudanese
meridionale”. Ha aggiunto che, nel determinare la secessione, “gli Stati
Uniti si sono impegnati più di chiunque altro”. Il presidente Obama ha
apertamente sostenuto la secessione del sud del paese. La separazione è
stato un progetto guidato e finanziato da Washington fin da quando, nel
2004, l’amministrazione Bush decise di farne una priorità. (Cool
Ora
il Sudan ha improvvisamente perso la sua principale fonte di guadagno,
quella dei profitti petroliferi. La secessione del sud, dove vengono
estratti i tre quarti dei 490.000 barili che costituiscono la produzione
giornaliera del paese, ha aggravato le difficoltà economiche di
Khartoum, eliminando il 37% dei suoi introiti complessivi. Le uniche
raffinerie del Sudan e l’unico itinerario per l’esportazione si trovano
nel nord, dai giacimenti petroliferi fino a Port Sudan sul Mar Rosso,
nel Sudan settentrionale. Il Sudan Meridionale è stato ora incoraggiato
da Washington a costruire un nuovo oleodotto per l’esportazione,
indipendente da Khartoum, attraverso il Kenya. Il Kenya è una delle zone
dell’Africa in cui è più forte l’influenza militare americana. (9)
L’obiettivo
del cambiamento di regime orchestrato dagli USA in Libia, così come
quello dell’intero progetto per un Grande Medio Oriente che si cela
dietro la Primavera Araba, è quello di assicurarsi il controllo assoluto
sui maggiori giacimenti petroliferi conosciuti al mondo, allo scopo di
controllare le future politiche di altri paesi, in particolare quella
della Cina. Si dice che negli anni ’70, l’allora Segretario di Stato
Henry Kissinger, che all’epoca era probabilmente più potente dello
stesso Presidente degli Stati Uniti, abbia affermato: “Se si controlla
il petrolio, si controllano intere nazioni o gruppi di nazioni”.
Per
la sua futura sicurezza energetica nazionale, la Cina dovrà trovare
riserve energetiche sicure in casa propria. Fortunatamente esistono
nuovi e rivoluzionari metodi per rilevare e mappare la presenza di
petrolio e di gas laddove anche i migliori tra gli attuali geologi
direbbero che non è possibile trovare giacimenti. E’ forse questo
l’unico modo per uscire dalla trappola in cui la Cina è stata attirata.
Nel mio nuovo libro, The Energy Wars, descrivo nel dettaglio
questi nuovi metodi per tutti coloro che vi sono interessati.

F.
William Engdahl è l’autore di Full Spectrum Dominance: Totalitarian
Democracy in the New World Order


Note
1
- F. William Engdahl, Creative Destruction: Libya in Washington's
Greater Middle East Project--Part II
, March 26, 2011, reperibile
all’indirizzo
[Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link]
2
– Ufficio del Segretariato alla Difesa, ANNUAL REPORT TO CONGRESS:
Military and Security Developments Involving the People’s Republic of
China 2011
, August 25, 2011, reperibile all’indirizzo
[Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link]2011_cmpr_final.pdf.
3 -
Ibid.
4 Charles Hoskinson, DOD report outlines China concerns,
August 25, 2011, reperibile all’indirizzo
[Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link]
5
- Xinhua, China-Chad joint oil refinery starts operating, July
1, 2011, reperibile all’indirizzo
[Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link] BBC
News, Chad pipeline threatens villages, 9 October 2009,
all’indirizzo [Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link]
6 - F.
William Engdahl, China and the Congo Wars: AFRICOM. America's New
Military Command
, November 26, 2008, reperibile all’indirizzo
[Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link]
7 -
Ibid.
8 Rebecca Hamilton, US Played Key Role in Southern
Sudan's Long Journey to Independence
, July 9, 2011, reperibile
all’indirizzo
[Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link]
9
- Maram Mazen, South Sudan studies new export routes to bypass the
north
, March 12, 2011, reperibile all’indirizzo
[Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link]

Fonte:
Globalresearch.ca.
Traduzione a cura di Gianluca Freda.

Tratto
da:
[Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link].

Sul
medesimo argomento suggeriamo l’interessante lettura geopolitica
offerta da Piero Pagliani, in un articolo pubblicato su Megachip il 20
marzo 2011 che racconta bene il ruolo cruciale della strategia africana
degli USA.
di F. William Engdahl -
globalresearch.ca.
Tradotto su blogghete.altervista.org.
[Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link]
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